C’è un momento in cui la geopolitica smette di essere solo notizia e diventa dato finanziario concreto. Quel momento, per chi non lo avesse ancora colto, è adesso. La crisi tra Iran e Israele, con il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti, ha rimescolato le carte su tre fronti che si intrecciano in modo inscindibile: l’energia, l’inflazione e i tassi di interesse. Vediamoli uno per uno.
Lo Stretto di Hormuz: la valvola del mondo che trema
Chi avesse guardato una cartina geografica nelle ultime settimane avrebbe visto qualcosa di quasi incredibile: 60 chilometri di acqua, lo Stretto di Hormuz, che tengono in ostaggio l’economia mondiale. Attraverso quel corridoio transita circa il 20% del petrolio commerciato via mare a livello globale, più una quota enorme di gas naturale liquefatto, soprattutto quello qatariano che scalda le case europee.
Con l’escalation militare, l’Iran ha alzato la voce, e non solo in senso figurato, minacciando ripetutamente la chiusura dello Stretto. Le compagnie assicurative hanno già reso la navigazione nella zona economicamente proibitiva per molte navi commerciali. Il risultato è visibile nei numeri: il traffico di petroliere nell’area ha subito contrazioni significative nelle fasi più acute della crisi, e le quotazioni del greggio ne hanno sentito il peso immediatamente.
Il Brent ha registrato rialzi bruschi, con Goldman Sachs che ha avvertito pubblicamente come, in caso di blocco prolungato, i prezzi potrebbero avvicinarsi ai massimi storici del 2008, quando il barile toccò 147 dollari. Per ora siamo lontani da quello scenario, ma il mercato non ama le zone grigie, e questa crisi è, al momento, tutta zona grigia.
Materie prime: non solo petrolio
L’onda d’urto non si è fermata al greggio. L’oro ha confermato ancora una volta il suo ruolo di rifugio nei momenti di panico geopolitico, aggiornando i massimi storici. I prezzi del gas naturale europeo hanno subito pressioni al rialzo significative, con il gasolio, fondamentale per il trasporto merci e il riscaldamento, che ha registrato i rincari più bruschi.
I Paesi più esposti restano quelli asiatici, che importano circa l’80% del petrolio transitante per il Golfo Persico. La Cina in particolare dipende da quel corridoio per circa un terzo del suo greggio. Ma anche l’Europa non è al riparo: Italia, Germania e Regno Unito restano vulnerabili sul fronte del gas. Il 57% del gasolio importato dall’Italia transita proprio attraverso lo Stretto di Hormuz, un dato che molti dimenticano quando si parla di questa crisi come di qualcosa di “lontano”.
America: l’inflazione non è sconfitta, i tagli non sono scontati
Ed eccoci al punto che ritengo più importante per chi gestisce portafogli o semplicemente cerca di capire dove si stanno dirigendo i mercati.
La Federal Reserve aveva già lasciato i tassi invariati nell’intervallo 3,50%-3,75% a gennaio 2026, dopo tre tagli consecutivi nel 2025. I verbali del FOMC rivelano una Fed profondamente divisa: da un lato chi ritiene che i tagli possano riprendere se l’inflazione continua a scendere, dall’altro chi ha esplicitamente sollevato la possibilità di rialzi se l’inflazione si rivelasse più persistente del previsto. Non è una sfumatura, è una frattura.
La crisi energetica ha reso questo scenario ancora più complicato. Gli analisti stimano che un aumento sostenuto del petrolio di 15 dollari al barile potrebbe aggiungere circa mezzo punto percentuale all’inflazione, e l’effetto si amplifica se si considerano i dazi già in vigore sull’economia americana. Secondo Oxford Economics, l’inflazione USA potrebbe risalire verso e oltre il 3%.
Chi scommetteva su tagli a marzo o giugno li vede allontanarsi. Lo scenario più cauto parla ora di un possibile allentamento non prima dell’estate, e solo a condizione che i prezzi dell’energia si stabilizzino. In caso contrario, e qui sta il punto che il mercato non ha ancora pienamente digerito, il prossimo movimento della Fed potrebbe non essere verso il basso.
Avevamo già le risposte. Ci mancavano le domande
Chi mi segue o mi conosce da tempo sa che non parlo a caso e non scrivo in ritardo. I segnali che indicavano un’esposizione alle materie prime energetiche come elemento di equilibrio nei portafogli erano già presenti da tempo, nelle tensioni geopolitiche latenti, nella volatilità dell’inflazione americana, nell’instabilità strutturale del Golfo Persico. (Vedi già le tensioni Israele-Iran del 2025)
Ci sono analisi che si possono condividere solo quando i tempi sono maturi. Non per reticenza, ma per rispetto delle regole del gioco in cui si opera. Chi lavora nella consulenza finanziaria lo sa bene: tra il riconoscere un’opportunità e il poterla comunicare pubblicamente esiste una distanza che non è ignoranza, è responsabilità.
Quello che posso dire oggi è che chi ha costruito nei mesi scorsi un portafoglio con una componente energetica sta guardando questi eventi con occhi molto diversi rispetto a chi li sta scoprendo solo adesso.
Cosa osservare nei prossimi giorni
Tre variabili determineranno la direzione dei mercati. Prima: la durata effettiva delle tensioni sullo Stretto, se la situazione si normalizza i prezzi rifluiranno, se il blocco dovesse prolungarsi l’impatto inflazionistico diventa strutturale. Seconda: le prossime dichiarazioni della Fed, con la riunione di marzo che includerà le proiezioni aggiornate e il dot plot, ogni parola di Powell verrà analizzata al microscopio. Terza: la tenuta diplomatica, con i canali negoziali ancora formalmente aperti, ma fragili.
Come si dice spesso in questi contesti: i mercati hanno storicamente superato le guerre. Non hanno superato altrettanto bene l’inflazione.
Le informazioni contenute in questo articolo hanno finalità puramente informative e divulgative. Non costituiscono consulenza finanziaria, sollecitazione all’investimento o raccomandazione operativa.

